lunedì 16 novembre 2020

Lupetta e l'"isteria"

Penso che in 23 anni quasi di vita le persone mi abbiano rivolto TAAANTE critiche differenti, dalle più scherzose fino a quelle completamente prive di tatto. Quella che però più mi fa arricciare il naso per l'insofferenza è "isterica". Volutamente scrivo al femminile e non al neutro che uso di solito. "Hai delle reazioni isteriche", "sei un'isterica" sono frasi che ho sentito troppo spesso non solo rivolte a me o al mio modo di comportarmi, ma a persone di ogni identità di genere. 

Ormai alla fine (per fortuna) del 2020, l'utilizzo offensivo di questa parola, secondo il mio "isterico" parere, si collega soltanto ad una forma mentis lobotomizzata dal binarismo sessuale e dall'appiattimento ancora più violento del "sé arido" che già ci ritroviamo. 

Con questo non voglio criticarne (in realtà sì) l'impiego clinico in epoca vittoriana, ma volevo semplicemente aggiornarvi miei/mie car* old fashioned che la psicologia si è evoluta dalle ipotesi di Breuer, Charcot e Freud sugli "uteri volanti" e la "libido inappagata". Hysteria (utero) venne utilizzata per la prima volta da Ippocrate ed in seguito, con l'avvento del fallo-centrico cristianesimo, "diagnosticata" come stregoneria o possessione demoniaca dall'inquisizione. Il termine è stato usato storicamente per reprimere e sminuire le idee sul suffragio universale, le manifestazioni per i diritti, le religioni antiche, la libertà sessuale e per rinchiudere nei manicomi o torturare le persone "scomode", che esprimevano dissenso o rabbia verso i pregiudizi comuni. 

Molestie, violenze sessuali ricevute e problemi di salute psicofisica, sono stati riconosciuti erroneamente come isteria, anche in tribunale, fino agli anni '80 del secolo scorso.

Cercare di criticare una persona e la sua identità con il termine "isterica" non solo è una testimonianza del livello di sensibilità verso l'altr* pari a quello di un rifiuto industriale, ma denuncia anche un profondo desiderio di reprimere, patologizzare, avvelenare e semplificare qualcosa che in realtà non arrivate a capire.

martedì 2 giugno 2020

24/7...

Quando io ed il mio Padrone abbiamo deciso di iniziare una relazione di scambio di potere, siamo partiti con l’idea di instaurare un rapporto verticale 24/7, vale a dire letteralmente che a tutte le ore, ogni giorno della settimana io sono la Sua slave.
Spesso mi sono trovata davanti a persone che reputassero una situazione del genere come opprimente o comunque da considerare solo come un “gioco” fittizio, ma in realtà non è affatto così.
Per capire se questa modalità mi si addicesse, senza schiacciare la mia identità, ho affrontato, come ho già spiegato sul blog, un lungo periodo di prova, in cui lentamente il protocollo di regole, obbedienza e consapevolezza della modalità verticale di relazione, aumentavano sempre di più.
Ebbene, ho capito, comunicando le mie emozioni ed impressioni al Padrone, che questa dinamica un po’ totalizzante, esaltasse il mio modo di essere, migliorasse la mia autostima e mi rendesse sempre più soddisfatta dei progressi reciproci.
Non è una strada semplice perché spesso ci si confronta con il proprio Ego che evoluzionisticamente tende a stabilire costantemente un rapporto con un’altra persona di tipo paritario e ordini o punizioni stonano con la soddisfazione imminente dei propri bisogni “egocentrici”, ma superare questa sfida, questa battaglia giorno per giorno porta a compiere un mare di progressi da entrambi i lati.
La parola chiave è FIDUCIA! Su questa si fonda il bisogno di donarsi incondizionatamente, in modo più naturale, che non significa mettere se stessi in secondo piano o trascurarsi, ma entrare in simbiosi: il benessere è condiviso come se si facesse parte di uno stesso organismo e la soddisfazione del mio Padrone diventa anche la mia, comunicandogli sempre ciò che provo.
Questa è solo la mia esperienza ed ovviamente non è detto che una modalità simile si addica a tutt*, perché avere una sessualità che ricerchi la sottomissione non significa che ci si rispecchia nella figura dell* slave, che necessita di ben altre responsabilità e desideri profondi e radicati. 

mercoledì 27 maggio 2020

Come ho scoperto il consenso informato!

Prima di iniziare il mio percorso da slave, non avevo molto chiaro il concetto di consenso informato e, purtroppo, questo comportava che io avessi difficoltà a rispondere con reale consapevolezza e mi rendeva insicura nel confronto con l’altr*.
Talvolta, in passato, mi è capitato di acconsentire, soprattutto a proposte di tipo erotico e sessuale, senza sapere a cosa io stessi andando incontro oppure solo perché mi sentivo pressata dalla persona stessa o dal contesto.
Durante il mio periodo di considerazione come slave (una sorta di periodo di prova in cui si cerca di giudicare se ci si sente a proprio agio e pront* per il ruolo), sia il mio Padrone sia le varie situazioni che mi si sono parate davanti, soprattutto i momenti di bondage e shibari, mi hanno istruita su cosa significasse essere in grado di dare il proprio consenso, che non si trattava solo di dire un “sì” o un “no” ma di afferrare appieno le dinamiche di scambio di potere o di gioco, in modo da dare una risposta coerente a ciò che si desidera nel presente e alla propria identità personale.
È facile accorgersi se effettivamente abbia funzionato, perché sia nell’immediato sia parecchi giorni dopo, non ci si sente dubbiosi o in colpa con se stess*!
Insomma, ogni volta che mi si propone un “gioco” nuovo, un ordine nuovo all’interno della relazione, come anche una legatura diversa durante una sessione di shibari, mi viene sempre spiegato cosa esattamente questo comporta a livello pratico e cosa può succedere a livello psicofisico: vengo INFORMATA (se questa cosa non viene fatta in automatico, pretendetelo perché è un vostro diritto)!
Solo se in quel momento sono in grado di ragionarci su, vale a dire che ho la mente lucida, posso pronunciare “sì”, “no” o altre risposte intermedie per saperne di più.
Ormai con il mio Padrone ho raggiunto una confidenza che ci permette di conoscere già un bel po’ di desideri e limiti reciproci, ma questo non blocca affatto la comunicazione, anzi, ogni giorno ci si confida e si scoprono elementi nuovi ed interessanti; piano piano si scende sempre più in profondità, oltre la superficie e si arriva a scoperchiare la propria parte più inconscia.
Alla fine se io io ed il Padrone non avessimo indagato, non mi sarei poi ricordata di essere Lupetta come vi ho già raccontato!

Articoli del mio Padrone che parlano di questo argomento:
Avvicinarsi al BDSM e alla relazione D/s
Il 4C: Cura, Comunicazione, CONSENSO e Cautela

lunedì 25 maggio 2020

Un collare per Lupetta...

Il collare è per me un oggetto estremamente speciale ed intriso di significati ed energia. È stato davvero emozionante riceverlo dopo circa sette mesi di considerazione: è successo ad una festa, con una sorta di piccola “cerimonia di iniziazione” davanti a poche persone intime che guardavano, mentre io ero su un tavolino inginocchiata e scodinzolante, senza capire cosa stesse succedendo realmente. Può sembrare esagerato, ma appena l’ho visto e ho realizzato la situazione, sono letteralmente scoppiata in lacrime per la felicità, non solo per l’oggetto in sé, ma anche per il riconoscimento della passione, dell’energia e dell’impegno che ho voluto investire per essere slave e Lupetta. Sentire il collare del mio Padrone al collo mi ha ricordato di tutto il percorso fatto assieme fino a quel momento e di quanto quello non fosse altro che l’inizio di un’infinita strada di crescita ed arricchimento, da affrontare con uno sguardo nuovo.
Spesso, nel campo BDSM, si parla di collare.
In questo blog ci tengo a raccontare la mia esperienza personale, ma vorrei comunque darvi qualche nozione su questo “oggetto”.
Generalmente, quando un* Dom dona un collare ad un* sottomess*, significa che sta riconoscendo ufficialmente la dinamica relazionale di scambio di potere, dichiarando lo stato del* sottomess* anche al mondo BDSM in generale.
Di collari ne esistono vari tipi, adatti a diverse occasioni ed alcune persone (o bestioline) provano piacere ad indossarlo semplicemente per gioco, senza che ci sia un rapporto di appartenenza, sottomissione o altro alle spalle.
In una dinamica D/s, il collare indica un legame specifico tra le due parti, che si pongono su due livelli differenti come ad assumere due ruoli complementari e ben definiti. In base alle scelte personali, si concordano regole precise sul collare, ad esempio, nel mio caso, non posso indossarlo da sola di mia iniziativa, ma è il Padrone che me lo mette al collo.
Se avete voglia di iniziare una relazione D/s, non aspettatevi di riceverne uno immediatamente (a meno che non si decida insieme di utilizzarlo subito): va guadagnato (ed è un po’ questo il divertimento)!
Personalmente è stato molto utile vivere una sorta di periodo di prova prima di rendere la cosa ufficiale, perchè questo mi ha permesso di capire a cosa andavo incontro e quanto per il mio Padrone (e ormai anche per me) questo simbolo fosse importante e carico di significato. Infatti, per raggiungere un consenso pienamente informato e consapevole c’è comunque bisogno di un certo periodo di tempo secondo me ed un oggetto così carico di valore emotivo ed intimo non va preso alla leggera.
Indossarlo è sempre appagante e gratificante, ma l’appartenenza, l’obbedienza e la sottomissione sono costantemente presenti e non diminuiscono di certo nel momento in cui questo viene riposto nella custodia.

Se siete interessat* all'argomento e desiderate approfondire, ecco un articolo scritto dal mio Padrone sul tema: Il Collare: un oggetto simbolico, non solo un accessorio.

Lupetta e la cultura dell'odio sui social

I social ormai rappresentano per tutti un mondo complesso, fatto di luci ed ombre, in cui condividere un pezzetto, più o meno grande, di se stessi.
In particolare, per quanto riguarda l’ambito BDSM e Sex Positive, vi sono spesso dibattiti, post tematici, foto di shibari, oggettistica o altro: un modo un po’ per rendere pubbliche passioni o anche lavoro, sul proprio profilo.
Io personalmente li uso sia per pubblicare foto personali di shibari in cui faccio da bunny sia per scrivere post orientati alla filosofia Sex Positive, finalizzati al dibattito. Anche quando scrivo pubblicamente mi riferisco al mio Padrone come tale, se ho necessità di nominarlo, portando con piacere alla luce le dinamiche D/s che vivo ogni giorno. 
Una delle cose più difficili da aggirare, una volta che ce la si trova di fronte, è l’enorme quantità di messaggi e commenti inappropriati di tutte quelle persone che, insensibili al fatto che dall’altra parte dello schermo ci sia qualcun*, ti trattano come un pezzo di carne e decidono di sputarti contro una serie di pareri e critiche sulle scelte e sulle persone che hai accanto (oltre ai vari messaggi sessualmente degradanti).
Vengo additata come la “fanciulla” (nomignolo in cui non mi riconosco assolutamente, ma per ALCUN* purtroppo essere cisgender rende automaticamente tutt* uguali a loro) ignara, raggirata ed incapace di essere realmente consapevole della sua situazione, a cui è stato fatto il lavaggio del cervello. Inoltre, chi punta il dito non è di certo una tela bianca ed immacolata. 
Spesso anche il mio Padrone viene criticato da veri e propri haters, che puntualmente mi contattano in privato per dissuadermi dallo stargli accanto.
Non solo lo trovo irrispettoso verso di me ed il mio Padrone, ma la trovo una cosa meschina, infantile, manipolatoria ed assolutamente non richiesta.
Intanto però comunicare con queste persone mi sta facendo crescere ed all’interno della relazione D/s, quindi di scambio di potere consapevole, non mi è mai stato imposto alcun paletto che mi evitasse di ascoltarle o di chattare con loro liberamente, per capire cosa stesse accadendo nelle loro menti. Ho spesso ottenuto parole misogine, razziste in generale, transfobiche e degradanti, non solo verso me stessa ed il mio Padrone, ma anche verso altr* a me vicin*, senza alcuna motivazione plausibile.
In aderenza con ciò che studio, è affascinante trovare tanto odio su internet da persone che di te non sanno assolutamente nulla e quanto la loro sensibilità sia limitata.
Io ho la fortuna di non essere sola, ogni elemento nuovo nella mia vita, che sia bello o brutto, lo scopro con chi mi tiene per la zampa, ma mi rendo conto di quanto questa realtà possa essere dura per chi pensa di non avere la possibilità di parlarne con nessuno.

giovedì 7 maggio 2020

La Tana

Questo periodo di lontananza ed isolamento sembra non finire più! Le emozioni stanno cambiando, diventano più intense, irrompono in modo inaspettato e repentino. Le insicurezze e le paure salgono in superficie e appaiono prepotenti ogni qualvolta si presenti un dubbio o un fraintendimento.
Sta succedendo anche a me!
La mia sensibilità è aumentata, il mio umore muta facilmente e, qualche volta, ho paura a restare sola con me stessa. Mi manca tanto il mio Padrone, mi manca intrufolarmi tra i suoi piedi mentre lavora, mi manca il kinbaku e la famiglia di cordine...mi mancano un sacco di cose.
Ma alla fine la Tana serve proprio a sentire conforto anche a distanza: non è un posto fisico o che si possa creare materialmente, ma è un’idea, un pensiero, “un’aura” che ti porti sempre dietro, dentro di te.
Quando tutto fuori sembra negativo, mi ci posso rintanare e sentire di nuovo il contatto, il calore e la sicurezza, accorciando il tempo che manca per poter di nuovo scorrazzare felice nella foresta ed essere coccolata dalle corde del mio Padrone.
La relazione Padrone/schiavo si vive, con tanta fiducia, anche a distanza attraverso cura, rispetto, gratitudine e sincerità da parte del mio Padrone e trasparenza, volontà di obbedire, rispetto dei ruoli e gratitudine, per la cura che Lui mi offre, da parte mia.
Anche lontani la dinamica si mantiene forte, stabilendo regole e permessi per il/la sub, grazie all'ascolto e alla comunicazione.
Penso che in questo momento di distanza fisica la sincerità sia essenziale, per non lasciare nulla "sotto il tappeto" e per sentirsi meno lontani.
Firelight in Beorn's House - J.R.R. Tolkien
È questa la ragione per cui la Tana è ovunque, perché io stessa la percepisco come parte del rapporto e del legame, che ci unisce su piani differenti, ma che non smette mai di seguirmi. Ogni giorno vengo sostenuta e guidata nel mio percorso attraverso gesti e parole che mi tengono al sicuro e, se per caso dovessi provare paura o insicurezza, vengo ascoltata e rassicurata.
La Tana sarà sempre un posto dove essere me stessa, Lupetta, assieme al mio Padrone!

martedì 5 maggio 2020

La rivoluzione!

Sin da quando ero una piccola lupetta (sono maggiorenne per gli umani ormai, ma resto sempre una piccola lupetta alla scoperta della foresta...giusto per precisare), o almeno da quando ho ricordo, è sempre stato presente in me un modo ben definito di vivere il gioco e la scoperta di me stessa. Talvolta affermare che i bambini (cuccioli nel mio caso) non sono esseri privi di una sessualità propria rappresenta un grosso tabù: in realtà durante l’infanzia ci si trova a confronto con tanti stimoli che ci spingono a scoprire il nostro corpo e la nostra mente, anche senza aver acquisito una definizione chiara di cosa voglia dire eccitazione o identità sessuale (visto che nessuno ce lo ha spiegato!). 
Attraverso il gioco, soprattutto di ruolo, da sola o con altri bambini, riuscivo a vivere in modo spensierato le mie inclinazioni alla sottomissione, al masochismo erogeno (come solo un cucciolo sà viverlo) e all’istinto selvatico, primitivo ed animalesco. Puntualmente, mi divertivo a fare l’animaletto selvatico o addomesticato da qualcuno. Non mi sentivo affatto buffa, anzi era estremamente divertente! Finché poi mi hanno detto che nella “Scatola Ragazza/Umana”, chiaramente definita solo dal suo aspetto esteriore, non c’era spazio per cose come lupi, tane, corse a quattro zampe e guinzagli. Così ho finito per adattarmi.
Crescendo, la scatola diventava sempre più stretta e, segretamente, coltivavo i miei desideri con la convinzione che fossero sbagliati. 
Il mondo ti vuole sottomess*, ma in un modo diverso da quello che desideri realmente! 
Con il tempo e satura per aver finto di essere qualcuna che non ero, mi sono messa in situazioni sbagliate: non avevo idea di cosa volesse realmente dire rapporto D/s e consenso informato, convinta della mia inadeguatezza e “perversione” (una parola che odio ma che è sempre sulla bocca di tutt* quando qualcosa differisce da un’immaginaria normalità estremamente ristretta e poco lungimirante).
Nel momento di massima sfiducia, il mio cervello ha detto: “Basta!”
Princess Mononoke
(もののけ姫 Mononoke-hime, La principessa spettro)
è un film d'animazione giapponese del 1997,
scritto e diretto da Hayao Miyazaki.
Uno dei film che più mi ha segnata in assoluto!
Partire per l’Erasmus ed iniziare ad applicare ciò che avevo studiato all’università alla mia quotidianità, sono stati passi fondamentali verso una riscoperta più naturale di me stessa, con meno barriere e con nuovi stimoli riguardanti soprattutto il mio corpo, la sfera emotivo-sessuale e il modo di percepirli. Lentamente, ritornavo ad uno stato più autentico e primitivo di me.
Tornata dall’Erasmus, ho (re)incontrato una persona che mi ha insegnato ad apprezzare ogni lato di me stessa, a rispettarmi e mi ha aiutata a sfilare del tutto il fintissimo costume da “ragazza umana” che indossavo. 
Ora è il mio Padrone e con Lui riesco ad esplorare il piacere nel dolore, la vergogna e la sottomissione proprio attraverso il gioco consapevole, il rispetto reciproco, obbedienza sincera e tanto ascolto e comunicazione. 
Guardando indietro posso dire che in me c’è stata una rivoluzione! Ora vado avanti, scodinzolando...